Albania - Alfred Milot Mirashi

Anatomia di una chiave miracolosa

 

Con la chiave o si apre o si chiude. Questa grande chiave-scultura di Alfred Milot Mirashi nasce per aprire. Se ogni toppa ha la sua chiave, questa è universale. Funziona in ogni parte del mondo, in ogni latitudine culturale, indipendentemente dalla tradizionale simbologia locale. Ha un limite, però. Funziona solo quando c’è da vanificare un ostacolo nella via per la pace, l’incontro fra le religioni e le culture. A favore del dialogo e la pace, questa massa di ferro tra pieni e vuoti si fa miracolosamente leggera, accattivante, penetrante, come vuole la sua simbologia “fallica”. Non è una chiave blasfema. A fare questo miracolo è soltanto l’arte. Roba da uomini tout court. L’arte, quando non è pompi eristica, decorativa, celebrativa o ripetitiva di forme stracche e stucchevoli, ha effetti sociali sorprendenti. E c’è da augurarsi che la chiave di Milot faccia il giro del mondo. In quest’occasione dell’ormai ben nota e consolidata OPEN, i veneziani e i loro ospiti cinefili di sicuro sosteranno davanti a questa scultura singolare. Oldenburg ha disseminato per il mondo le sue enormi tenaglie, mollette per i panni e ogni altro oggetto d’uso quotidiano (espressione che ricorda Duchamp). Pop. Come il Nuovo Realismo teorizzato dal grande e compianto Pierre Restany sarebbe stato scritto in qualche libro semplificatorio. Eresia. Ed eresia sarebbe se si chiamasse in causa l’americano a proposito di questa chiave. Essa è antipop per come è stravolta rispetto alla sua morfologia “quotidiana”. L’esagerazione per quanto animata e tesa (macroopera) qui diventa esasperazione. Non è l’enfasi a sostenerla, ma l’interesse per una forma “espressiva” anziché dichiaratoria, per la sua anatomia in torsione anticlassica, irregolare. E tormentata. Come tutte le genti che si tendono, anima e corpo, nel loro anelito di pace. Anni fa giunse agli italiani una minicalcolatrice, dono del Presidente del Consiglio. E se l’Onu facesse circolare, in qualsiasi modo, questo messaggio di arte e di pace?

 

Testo a cura di

Carmelo Strano