CREAM / Serbia
Nebojša Despotović

Sia che si esprima nella sua notevole pittura figurativa espressionista, sgocciolata e primordiale, sia in scultura o nell’arte del collage, Nebojsˇa Despotovic´ è un maestro del grottesco, ovvero di quella singolare miscela, che la realtà a volte ci mette sotto gli occhi, di comicità e tragedia. Le opere a tecnica mista basate sul collage e il fotomontaggio, in particolare, gli offrono occasione per degli ironici e paradossali cortocircuiti di senso: vediamo così il Van Gogh del celebre autoritratto con l’orecchio fasciato, fissità nevrotica dello sguardo sottolineata da un paio di occhiali dalla spessa montatura nera, appeso al telefono per quello che ha tutta l’aria di essere un lungo sfogo ("Senza titolo-Just Cavalli", 2004), Carlo Marx stravaccato in un letto da detenuto o da ospedale con accanto una piccola lavatrice e un bucato di calzette e bandiere rosse steso ad asciugare alle sbarre della finestra ("Marx"), una strada dell’ex Jugoslavia popolata di Supermen con la stella rossa ("Superhero"), un uomo con la testa inscatolata in un televisore, e un uomo che si impicca mentre ai suoi piedi un animale senza occhi con la testa come il tubo di un aspirapolvere sembra divorare tutto ("Zepptech", 2008). La follia, il nonsenso che si manifestano in queste opere di Nebojsˇa hanno un nome e una radice ben precisa, l’eterna e dirompente energia del Dadaismo: proprio come negli esempi di Duchamp, di Raul Haussmann e Hannah Höch, di Kurt Schwitters e del primo Max Ernst, il mondo come lo conosciamo viene fatto a pezzi, fatto deflagrare, e coi frammenti se ne ricompone uno nuovo: precario, sbilenco, paradossale all’apparenza, ma che in realtà libera tutta la felice energia del nuovo, dell’inatteso, del mai visto. La scultura/assemblage di Nebojsˇa è una vera liberazione dell’energia primitiva di materiali casuali e oggetti trovati: come in "Pig (I’m loving it)", presentato nel 2006 a OPEN 9, un maialetto in rete da pollaio, felice nel suo quadretto di prato di tappezzeria e fiori artificiali, con tubo digerente formato da una colorata meccanica di tubi di plastica. In pittura, è alla grande fonte dell’Espressionismo e del suo seguito contemporaneo che Nebojsˇa attinge. Anche qui, è un mondo stravolto, distrutto e precariamente ricostruito quello che ci viene messo davanti; ma l’esuberanza lascia talora il posto a una vena di elegia, e il versante tragico della follia prende il sopravvento su quello dirompente e creativo. I quadri di Nebojsˇa sono solitamente di medio formato, ma non mancano impegnativi pezzi più grandi, come quello scelto per questa presentazione di CREAM a San Servolo nell’ambito di OPEN XI: "Fire" (2007) è un’impressionante "foto di gruppo" di oltre quattro metri di base, i cui protagonisti, adulti e bambini, individuati da una provocante pittura graffiata e slabbrata da "nuovo selvaggio" (e con l’apporto, sapientemente filtrato, dell’infanzia devastata di Marlene Dumas e della melanconia inguaribile di Luc Tuymans), ci provocano tutti insieme con lo sguardo. 

Testo a cura di Gloria Vallese

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