Belgio
Jan van Oost

Il lavoro di Jan van Oost vuole proporre un nuovo modello di
comunicazione, cioè quello di sostituire un maggiore "scambio sociale
intersoggettivo" al diffuso "desiderio sociale di dominio". La
volontà di mettere in comune, di vivere insieme situazioni culturali
di intensa partecipazione emotiva nasce dall'esigenza di condividere
un sentire comune ricco di istanze etiche, il quale presuppone una
nuova maturazione morale degli individui. Infatti nel suo lavoro Jan
van Oost privilegia soprattutto il "valore dello sviluppo e
l'accrescimento della vita". La comunicazione come fondamento
essenziale dell'etica apre la strada all'atto della "partecipazione"
degli individui e dei gruppi al divenire del fatto artistico. La
linea quindi che parte dalla comunicazione per arrivare alla
partecipazione è la sola capace di modificare nei fatti le strutture
autoritarie e rigide dell'ideologia e dell'irreversibilità, che tanta
parte hanno avuto nell'assetto socio-politico ed organizzativo della
seconda parte del XX secolo. Pertanto in un momento come l'attuale,
ricco di istanze legate alla complessità e alla partecipazione
emozionale ai fatti della vita, si percepisce la necessità di
ritornare al di qua della linea fatale di demarcazione che separa
l'umano dall'inumano, il mortale dall'immortale. Certamente nella
storia dell'arte gli stati precedenti della raffigurazione non
scompaiono mai, ma si presentano successivamente, quando si superano,
per eccesso di complessità, le strutture culturali e sociali di un
contesto. Così la riabilitazione delle antiche frontiere della
rappresentazione non risorge mai identica a prima, né si sottrae al
destino dell'estrema modernità.
Jan van Oost, che trova nel simbolismo fiammingo i propri antefatti
linguistici, vive la pressante presenza della morte e la rappresenta,
specialmente nei suoi primi lavori, attraverso metafore
concettualmente minimali, quali bare mortuarie rivestite esternamente
di specchi riflettenti o antichi specchi che trattengono la memoria
del passato, ostesi con ampie listature a lutto. L'artista
successivamente lavora su immagini di grande impatto visivo, capaci
di promuovere un autentico coinvolgimento emotivo, come i grandi
calchi di giovani donne.
Esse si presentano come figure assolute di mistico dolore e di forte
intensità umana, in quanto vengono adagiate sul pavimento o
appoggiate ai muri dei luoghi espositivi in atteggiamenti prostrati e
contorti. Vestite di velluto nero, col volto coperto da lunghe chiome
di capelli corvini che nascondono i lineamenti del loro viso, esse
diventano rappresentazioni simboliche capaci di suscitare nello
spettatore un'intensa commozione partecipativa. Il concetto della
morte è infatti centrale nella sua opera, accompagnato sovente dalla
ritualità del dolore come monito continuo ad accettare la nostra
condizione di finitezza. La scomparsa dei limiti dell'umano è per
l'artista il peggiore dei destini, perché la morte è la "più bella
conquista dell'uomo". Attraverso essa l'individuo si distingue da
tutte le altre specie dotate di un'immortalità naturale, quali i
fossili e gli oggetti inanimati. L'artista sente che l'immortalità
dell'uomo non solo annulla il suo capitale individuale, ma il
capitale filogenetico della specie viene minacciato di estinzione.
Per questo egli opera una denuncia vibrata attraverso la
visualizzazione di forme pregnanti di forte umanità, quali la
memoria, il sentimento, la femminilità, la sessualità, il passato.
Accostando interattivamente oggetti che sono appartenuti al vissuto
dell'uomo, van Oost metaforizza questi segni al fine di suscitare uno
smarrimento e un rimpianto: il presentimento di una reversibilità
totale. Nell'uomo di van Oost il destino rimane quindi la figura
estatica della necessità. Con l'affermazione della poesia e della sua
nicchia antropologica, van Oost può così soddisfare l'attuale bisogno
della storia di prestarsi ad una convulsione poetica, ad una forma di
sottile ritorno, per far trasparire l'esigenza di una materialità
pura del linguaggio e del tempo. Questo tentativo di sfuggire
all'apocalisse del virtuale e dell'artificiale si presenta
indubbiamente come una forma "altra" della creazione artistica.  Egli
afferma: "L'unico luogo possibile per un artista e per l'arte è
essere ai margini del mondo e ciò provoca certamente una forte
tensione". E aggiunge: "non sono dogmatico riguardo la vita e l'arte.
Preferisco i dubbi: il dubbio filosofico e fondamentale a proposito
della ragionevolezza del mondo. L'ironia è la "finesse" strategica
insita nella mia opera. La complessa ambiguita' fra orrore e
seduzione, tra fatti e finzione, fra realtà e fantasia. L'arte rende
visibili e porta alla luce cose che non sono abitualmente alla
portata della nostra coscienza."
Il lavoro di questo artista fiammingo coltiva come progettualità
l'idea di un umanesimo originale, che si fonda sulle qualità del
singolo, sulle sue virtù, accompagnata dal diritto alla libertà
dell'individuo e dall'esercizio di questa sua prerogativa nella
società.

Testo a cura di Enrico Pedrini

 

 

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