USA
Daniel Rothbart




Daniel Rothbart si presenta come un artista americano della nuova generazione i cui interessi non si fermano all'indagine del linguaggio dell'arte, ma spaziano nelle varie interazioni che il sistema dell'arte può offrire oggi ad un operatore artistico. Studioso dei sistemi culturali e degli ambiti con cui l'arte interagisce, promuove, attraverso la parola e la propria prassi lavorativa, revisioni globali dei fondamenti culturali su cui si muove l'Arte Americana del dopoguerra, affermandone la forte peculiarità rispetto all'Europa. Attraverso una nuova formalizzazione dell'identità americana nella sua specificità multiraziale e multidisciplinare, Rothbart afferma la necessità di affrontare da un punto di vista totalmente nuovo la complessità del contesto del Nord America, facendo affiorare al proprio interno valenze inesplorate quali quelle religiose, sociali, storiche e culturali. Il mondo della cabala diviene nella sua opera un fondamento centrale della sua simbologia artistica, che viene quindi visualizzata come mitologia ideologica di un retroterra autonomo, punto di risoluzione di una matrice storica che ha accompagnato il formarsi della nuova arte in America.
L'opera di Rothbart apre un fronte paradigmatico dove la concettuallità esce dall'auto-referenza "dell'arte per l'arte", per diventare motore culturale capace di far emergere nuove potenzialità e funzioni per l'arte stessa: il mito diviene nel suo fare un luogo di memoria attiva, che può far affiorare nuove attitudini per i linguaggi della creatività e al tempo stesso promuovere una rinnovata attenzione per le esigenze di un'umanità sconvolta e frantumata, che vuole ancora riaffermare la propria presenza e identità. Affiora, nell'opera di questo artista, la cultura del ricordo non razionale ed irreale legata al mondo dei miti, che si visualizza come
sedimentazione storica della conoscenza e del vissuto e si rafforza nell'opposizione all'altra cultura contemporanea, cioé a quella legata all'irreversibilità dello sviluppo scientifico nella sua sfrenata velocizzazione dell'informazione e della comunicazione e al mondo delle clonazioni genetiche e mentali. Il mondo fantastico del mito diviene pertanto fondamento per una riconsiderazione del sacro come deposito interattivo in grado di formalizzare i codici e le vie dei contesti culturali. "Semeiotic Street", un termine inventato dall'artista, diviene il palcoscenico dove avvengono gli scambi simbolici degli avvenimenti sociali e culturali, il luogo in cui si accumulano le valenze segniche dei comportamenti collettivi nelle loro aspirazioni emotive e spirituali.La strada diventa quindi lo spazio dove sedimentano i segni del vissuto e si accumulano le esperienze di relazione ed i rapporti sociali fra gli individui.Rothbart, sviluppando sempre più la relazionabilità fra le cose e gli individui come fondamento dell'esperienza umana, lavora attualmente
sui miti dell'arte del cinema e anche sul mito del gioco d'azzardo, in quanto elementi che animano lo spettacolo della vita e della cultura. Essi diventano, nell'immaginario sociale, elementi operativi ed emblematici in grado di creare un ambito semeiotico articolato di identità culturali e comportamentali. Egli é interessato a lavorare all'esterno sopratutto nella strada, in quanto luogo collettivo dove si sedimentano i segni della vita vissuta e si accumulano le esperienze. Quando egli individua un luogo che attira la sua
attenzione, Daniel dispone in esso delle ciotole di alluminio e documenta l'azione attraverso fotografie. Gli oggetti, grazie all'intervento di fattori esterni e non previsti, vengono riempiti di significati transitori e aprono a differenti significazioni e spostamenti inattesi di senso. Questo carattere di transitorietà e incertezza, di nomadismo e sradicamento geografici e semantici, costituisce l'elemento centrale del progetto di Daniel Rothbart. La sua arte diventa sopratutto "operatività di una pratica artistica" che si sostituisce alla rappresentazione e alla semplice appropriazione delle realtà e della natura. Infatti in molte occasioni non si limita al solo uso della macchina fotografica ma ritrae attraverso la camera video delle vere e proprie performances che egli ama provocare, sia con le persone che egli invita, che col pubblico che spontaneamente vi partecipa. Egli intitola questa performance "Mediazione/Meditazione". Questa azione viene guidata dall'artista stesso, il quale filma con una videocamera i vari interventi da lui suscitati. Il dispositivo che genera la performance è una grande ciotola di alluminio con all'interno un grande battacchio, che il pubblico è obligato a usare in quanto elemento neccessario alla scena. I due oggetti forniti
dall'artista e la presenza della videocamera diventano quindi la componente obbligatoria di ogni prestazione, ma forniscono al tempo stesso l'occasione di mettere in libertà ed in cortocircuito la creatività dei singoli partecipanti. In tale dispostivo i termini Mediazione/Meditazione entrano in dialettica tra loro in quanto i due
termini sono messi a confronto e in evidenza reciproca. La "meditazione" è infatti l'opposto del concetto di "mediazione" o "pacificazione" e il significato di quest'ultima definizione caratterizza la precedente: la "meditazione" avviene per mezzo della pacificazione con sé stessi e con la "mediazione" fra corpo e anima.
"Meditation/Mediation" indaga i rapporti tra oggetto e contesto e tra identità differenti, cioé l'artista, l'opera, il pubblico ed i rapporti sociali fra gli individui.

 

Curatore Enrico Pedrini

 

Con il patrocinio dell'Ambasciata degli Stati Uniti d'America

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