Italia
Domenico Di Genni
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"Archive" è un gruppo di cinquanta lavori su carta (120x200 cm) custoditi in un libro-contenitore in acciaio. Ritratti indagati nella loro identità individuale per quel che riguarda i tratti somatici, ma accomunati dall’essere racchiusi in un luogo fisico preciso.

Sono volti di ogni luogo e di ogni cultura, vecchi e giovani di etnie diverse. Domenico Di Genni affronta il tema della multirazzialità assumendone gli aspetti più variopinti e positivi, riti e colori, musicalità e connotazione fisica, al di là delle varie globalizzazioni in atto. L’opera che il mio amico ha pensato per OPEN permette una coesistenza pacata protetta dal grande libro della vita. Di Genni è un artista-narratore che ama visitare paesi lontani e fermarcisi per un po’. Immergersi nel quotidiano di persone qualsiasi appartenenti a terre distanti ha dato alla sua pittura un’affabulazione delicata e concreta insieme. Quasi un giornale di viaggio, il suo lavoro è diventato strumento d’indagine dei grandi temi sociali che ancora (o soprattutto) oggi interessano diversi aspetti della civiltà occidentale, dall’economia alla religione, dall’organizzazione civile alla percezione della propria dignità di persone. Il vero soggetto dell’installazione che Di Genni porta a OPEN è la differenza, non in senso debole, ma considerata nella sua connotazione di eccezionalità. Ogni essere umano ha i medesimi diritti e le medesime aspettative, non le medesime possibilità. L’altro elemento, più inquietante, che il lavoro di Di Genni suggerisce è che tutti siamo in qualche modo schedati, archiviati in un registro non manomissibile dalle persone qualunque. Il libro dell’artista abruzzese impone una lettura diversa dei soggetti che ne fanno parte. Si tratta di una specie di luogo paradisiaco dove, ottenuto il permesso d’entrare, si ha diritto di permanenza a prescindere da chi si è o come si è. In un mondo che antropologicamente tende a sconfinare, a mescolarsi, ma è ancora limitato da valori come il denaro e il possesso, l’opera di Di Genni racconta un’altra possibilità, più umana, di sicuro più civile. 

Testo di Anna Caterina Bellati

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