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ONOCHORD

ONOCHORD

 

Conferenza Stampa di Yoko Ono

 

9 settembre 2004 alle ore 14.30

Press Lounge - Sala Tropicana - Hotel the Westin Excelsior

Venezia - Lido

 

 

Paolo De Grandis, Curatore di OPENASIA 2OO4 7. Esposizione Internazionale di Sculture ed Installazioni  presenta in anteprima mondiale ONOCHORD di Yoko Ono

 

La conferenza stampa si terrà il 9 settembre 2004 alle ore 14.30 presso la Press Lounge - Sala Tropicana dell'Hotel the Westin Excelsior Venezia - Lido nel corso della quale l'artista eseguirà una performance.

 

Il progetto proposto ad OPENASIA 2OO4 7. Esposizione Internazionale di Sculture ed Installazioni è un video nel quale l'artista trasmette al mondo il suo messaggio d'amore universale.

 

Lo schermo inizialmente nero, svela a poco a poco la figura di Yoko Ono e, dal movimento labiale dell'artista, echeggiano,  ma solo a livello emotivo, perché non c'è sonoro, le tre parole: I love you.

Il messaggio è cadenzato e modulato ritmicamente dallo spegnersi ed accendersi di una torcia sorretta dall'artista, che irradia in progressione lo schermo.

ONOCHORD è visibile presso la terrazza dell'Hotel The Westin Excelsior al Lido ed il progetto si estende a Venezia con i suoi poster.

 

Yoko Ono è un’artista multimediale che sperimenta costantemente nuovi linguaggi nell’ambito della scultura, pittura, cinema, fotografia, teatro e musica, sfidando e oltrepassando i tradizionali confini entro i quali queste arti si muovono.

Ha iniziato la sua esperienza artistica partecipando attivamente ai progetti del gruppo Fluxus nei primi anni ’60, continuando nel decennio successivo a produrre film sperimentali e a collaborare musicalmente con il marito John Lennon. Dagli anni ’80 ad oggi le sue opere sono state esibite in tutto il mondo nell’ambito di mostre personali e retrospettive. Nel 2002 Yoko ha ricevuto il Premio Skowhegan.Riflettendo sulla sua fama di provocatrice, Yoko sorride e dice “Devo contare sul mio giudizio personale, sebbene alcuni lo considerino un po’ fuori dai canoni. Ho i miei ritmi ed i miei tempi non posso farci niente”.

Arte Communications

Via P. Orseolo, 16 - 30126 Venice

Tel. +39 041 5264546 Fax +39 041 2769056

www.artecommunications.com  e-mail: openasia2004@artecommunications.com

 

 
 
Nutopia
OPENASIA 2OO4

7. Esposizione Internazionale di Sculture ed Installazioni

 Yoko Ono  

ONOCHORD 

  

 

Trasmettete il messaggio ONOCHORD:

 

"IO VI AMO"

 

accendendo e spegnendo ripetutamente la luce

secondo gli intervalli e i tempi necessari

per trasmetterlo:

 

dalle navi

dalle cime delle montagne

dagli edifici

con edifici interi

nelle piazze cittadine

dal cielo

e verso il cielo.

 

Continuate a trasmettere il messaggio

sino alla fine dell’anno

e oltre.

Continuate a trasmettere il messaggio

ovunque sulla terra

e all’universo.

Continuate a trasmetterlo.

 

Alla gente:

trasmettete il messaggio con le mani

con torce

o con accendini

 

Il messaggio IO VI AMO in ONOCHORD è:

 

 

IO                                i

VI                                ii

AMO                          iii

 

 

Io vi amo!

yoko ono

2004

 

 

Museo Hassan Rabat
Fonte: Meeting Venice

Un artista eclettico, colto, appassionato, precursore per vocazione, libero per scelta. Iniziatore dell’uso della tecnologia applicata all’arte e cantore di mondi lontani.
Abbiamo incontrato Fabrizio Plessi in occasione della mostra Fez che inaugurerà il 31 maggio il nuovo museo di arte contemporanea di Rabat diretto da Paolo De Grandis ed ideato da Fathiya Tahiri.

Nel modo di lavorare, di parlare e di agire di Plessi c’è sempre il tono autentico dello ‘spirito libero’. Fare arte per poter essere libero, ma non c’è arroganza nel suo modo di stare al mondo; l’autorità gli viene dal coraggio. Di qui la speciale forza dei suoi lavori. Attraverso le vicende, gli interessi, la cultura c’è il tentativo di dare un senso ed una chiave di lettura alla sua arte: un montaggio di idee, pensieri e situazioni, che nel tempo hanno spinto ed improntato il lavoro, per asserire che alla fine le due cose, se non sono la stessa, sono almeno complementari. È partecipe del comune substrato di ogni cultura e la sua ricerca è tesa a generare una vera e propria ‘simpatia’ fra le varie matrici culturali. Un criterio di lavoro che ritroviamo nel progetto Fez a testimonianza che la forma non è mai ricerca di un’esteriorità, ma è un’altra presenza che egli cerca perché mosso dal sentimento per poter poi indurre l’occhio dello spettatore ad andare in profondità fino al punto che l’emozione si renda manifesta. La mostra, a cura di Paolo De Grandis ed organizzata da Arte Communications, si terrà presso la storica Villa Andalucia di Rabat dal 31 maggio al 31 giugno 2006.
L'idea di rivalutare tale importante spazio, un piccolo scrigno di mosaici ed elementi architettonici ispano-moreschi, unitamente al desiderio di aprire il Marocco al dialogo con il contesto artistico europeo è stata fortemente sentita da Paolo De Grandis, da anni impegnato nella promozione di nuove realtà geografiche sia nell'ambito della Biennale di Venezia che su scala internazionale. La sfida, sotto la direzione di De Grandis, sarà quella di far confluire in questo nuovo museo progetti importanti, affinché possa essere garantita l'apertura del Paese al resto del mondo. Aspirazione già prefigurata in occasione della prima partecipazione del Marocco alla scorsa edizione della Biennale di Venezia che ha visto presenti quattro artisti, tra i quali Fathiya Tahiri che non a caso è stata un'essenziale sostenitrice della rivalutazione del museo e del suo lancio a livello internazionale. Tra le tante letture possibili di questa mostra c’è dunque il mutare della sensibilità del Marocco nel rapportarsi all’arte contemporanea, c’è il filo delle collaborazioni tra curatori, artisti ed addetti ai lavori. E c'è la scelta significativa di iniziare con l'alta maestria di Fabrizio Plessi per un esemplare esito di apertura del sipario.


Come nasce la sua carriera di video-artista?

Mi sono formato negli anni '60, stagione in cui il panorama artistico italiano era dominato dalla pittura e dalla nascita dell'Arte Povera. Ho pensato che il video fosse un elemento tecnologico molto importante ed ero sicuro che avremmo assistito nel futuro ad uno sviluppo vertiginoso di queste tecnologie. Essendo un uomo curioso, ho creduto che l’utilizzo della tecnologia ai fini dell'arte fosse una prova importante e dunque mi è sembrato inevitabile scegliere questo cammino. Il cinema, la fotografia, il video, erano dei nuovi media per me importantissimi perché offrivano la possibilità di uscire dai canoni stereotipati della pittura. In un contesto fortemente contrassegnato dalle querelle sulla pittura e sulla non-pittura, informale e noninformale, ho ritenuto necessario prendere una posizione totalmente divergente e questa mia scelta allora considerata avventata, mi ha portato poi ad essere il pioniere in Europa in questo campo.


Lei è l'interprete per eccellenza del connubio tra espressione artistica e alta tecnologia. Qual è la sfida?

La sfida è proprio quella di far convivere gli elementi legati alla tradizione pittorica come la pietra, il marmo, il legno, il ferro, con il cangiante tecnologico. Come l’alchimista con i vasi comunicanti, penso di aver inventato una pratica finalizzata a far dialogare materiali apparentemente inconciliabili. Non per auto-celebrarmi, ma in effetti il termine "video-installazione" è stato coniato da me all'inizio degli anni Settanta. In seguito il video è diventato una sorta di prassi nell’arte e la diretta testimonianza è data dal fatto che il settanta per cento della produzione delle Biennali è fatta di video-installazioni. Al contrario il clima di allora era difficilissimo e la maggioranza degli addetti ai lavori mi derideva. Pensiamo anche a quanto tempo è passato dai miei inizi, quando la televisione era in bianco e nero ed allo sviluppo della tecnologia nel mondo dell’arte.


I colori sono il fondamento stesso dell'arte. Il suo è un approccio simbolico o emozionale?

Assolutamente emozionale. Vorrei trasmettere allo spettatore le emozioni che io stesso provo nel creare le opere. Il mio è sempre un lavoro di emozione. Nonostante l'utilizzo del video, la mia arte è cromatica ed ha sempre avuto un’impronta pittorica, risentendo così della mia influenza classica. D’altronde io stesso mi considero un classico, anche se utilizzo tecnologie diverse da quelle impiegate per dipingere un quadro.

 

Attraverso i monitor inseriti all'interno delle sue videoinstallazioni, parlano elementi mitici come l'acqua, il fuoco, l'aria, la terra, i suoni, che nell'insieme dell'installazione acquistano un'accezione quasi sacrale. Cosa rappresenta per lei il sacro?

 

Credo che la televisione sia intrinsecamente sacra perché immateriale: l'immagine televisiva non esiste nella realtà, il pulviscolo luminoso che crea le immagini è di per sé spirituale. Non c'è niente di fisico. Mi dispiace moltissimo che la Chiesa non si sia mai occupata dei nuovi media che per l'appunto attraverso l’etere passano un’immagine immateriale e dunque altamente spirituale. Naturalmente il fuoco, l'acqua, la terra, sono tutti elementi legati anche alla spiritualità dell'opera.


Nelle sue installazioni si ha l'impressione che il video perda la sua funzione tipicamente narrativa che ha invece in gran parte della video-arte.
Qual è la finalità di tale scelta?

Io sono sempre stato contro la narratività, non amo tutto ciò che descrive, che racconta. Il cinema racconta, l'arte non deve raccontare, deve produrre delle emozioni. L'immagine che uso per riprodurre l'acqua, il fuoco è altamente evocativa, e non deve essere né descrittiva, né aneddotica, né decorativa. Sono stato uno dei primi a pensare che le video-installazioni dovessero essere dei grandi oggetti in cui lo spettatore potesse spingersi dentro il suono, le immagini, percepire le atmosfere; effetto lontanissimo dal sedersi davanti al video e guardarlo come se si fosse al cinema. Oggi c'è questo grande equivoco che associa al video la funzione di raccontare e invece secondo me è proprio l'opposto. Possiedo moltissime immagini video di fuoco, di lava, di terra, di vento ed esse stesse sono di per sé elementi ‘conclusi’, che non devono narrare in assoluto nulla.

 

Ha dichiarato che le sarebbe piaciuto essere un viaggiatore del diciannovesimo secolo. Come si traduce questa sua passione nel fare artistico? C'è un approccio sistematico o si lascia sedurre dagli echi di storie, memorie, tradizioni, forme e valori che stratificandosi compongono un luogo con il carico del suo genius loci?

Io sono un grande viaggiatore, instancabile e, infatti, in un mese viaggio almeno venti giorni. In questo mio continuo peregrinare porto dei frammenti, dei disegni, dei piccoli segnali, dei ricordi immaginari di quello che per me è stato il viaggio, perciò niente di narrativo, come dicevo prima, ma delle cose che evocativamente mi restituiscano l'atmosfera dei luoghi. Ne è una dimostrazione la mostra Traumwelt tenutasi a Berlino nel 2004. All’interno delle venti sale ho ricreato venti luoghi visitati nel corso della mia vita e riproposti in una chiave completamente diversa - che è quella mia, del mio lavoro. Il fine era quello di riproporre qualcosa che non fosse oggettivamente il luogo, ma che evocativamente permettesse di risalire allo spirito del luogo.

Il confronto con le diverse culture che popolano i cinque continenti è da sempre una delle esperienze più importanti per una crescita intellettuale. Nella sua esperienza individuale questo confronto cosa ha aggiunto all’espressione e alla rappresentazione delle sue opere?


Ciò che più mi terrorizza oggi è la globalizzazione. Andiamo in tutto il mondo e viviamo esattamente tutti le stesse cose. La civiltà ha portato purtroppo degli aspetti negativi: i negozi, le strade, l’arredo urbano, uguali in tutto il mondo. Credo sia importante preservare la memoria. In una civiltà come quella odierna, in cui si perde facilmente la memoria di tutto, ritengo che il recupero della memoria oggettiva dei luoghi sia uno dei doveri dell'artista. L'artista deve aiutare a preservare la memoria dei luoghi, senza cadere nel folclore naturalmente.

Lei inaugurerà alla fine di maggio il primo museo internazionale di arte contemporanea a Rabat. Come nasce il progetto Fez e con quali finalità?


È stato Paolo De Grandis a propormi questo progetto per il nuovo museo - piccolo ma interessantissimo - di Rabat. Ho fatto un sopralluogo, e poiché credo che questi paesi emergenti abbiano bisogno di aiuti anche culturali, sarà un piacere per me inauguralo. Inoltre, sono sempre stato particolarmente affascinato dall’Africa, alla quale ho dedicato molti lavori. Soprattutto il Marocco, che ho visitato molte volte; nello specifico, avendo realizzato un’opera su Fez, ho pensato che portarla a Rabat sarebbe stata un'idea originale e anche importante per il Marocco.

A Rabat e Fez nascono i famosi tappeti in velluto raso e nelle città sono presenti le tintorie a cielo aperto. Com'è interpretata nell'opera Feztale antichissima pratica?


Ho realizzato due pezzi molto conosciuti perché hanno fatto il giro di molti musei nel mondo: Bombay e Fez. In Bombay vi erano i lavatoi, i lavatoi dell'anima e per quell’opera usai i cotoni bianchi che avevo scoperto in quei luoghi. Dopo aver girato tutto il mondo, finalmente l'anno scorso l’opera è stata portata al Museo di Arte Moderna di Bombay. La serata inaugurale è stata un grande avvenimento, e finalmente gli indiani hanno potuto scoprire la Bombay vista dai miei occhi e così parallelamente il pubblico di Rabat potrà vedere la mia Fez. Quindi non più i lavatoi di Bombay, ma le tintorie. È un pezzo dedicato all'acqua rossa delle lavanderie ed alle lane rosse che si tingono - appunto - a Fez. Nell’opera s'inseriscono le musiche di Sakamoto, e quindi è un lavoro di alta evocazione spirituale e paesaggistica, un nuovo paesaggio metafisico, elettronico.

Fez e Rabat sono due delle più antiche città imperiali del Marocco, da sempre considerate il centro religioso, culturale e artistico del regno. Pertanto, la sua presenza in un paese fortemente radicato alle tradizioni nella pratica artistica è da considerarsi emblematica. Lei come vive questa esperienza? La ritiene una responsabilità?


È una grande responsabilità perché - come dicevo prima - credo che l'artista debba riproporre la memoria del luogo. Ormai siamo abituati a vedere le tintorie come un luogo turistico. Al contrario la mia intenzione è stata di riproporre le tintorie, all’interno di questo nuovo museo, con scritture, disegni, apparati iconografici affinché i marocchini possano riprendersi la memoria deturpata dal turismo invadente, che ormai sta uccidendo tutto. Penso che presentare ciò in un museo, un luogo che oggi è considerato solamente turistico, possa rappresentare oggi una grande riappropriazione della cultura autoctona marocchina. Oltre ad essere un’esperienza significativa, sarà anche un grande piacere realizzare questa mostra insieme a Paolo, che ne sarà il curatore. Mi auguro che questo museo possa diventare un luogo in cui possano confluire tutti i rapporti tra Europa e Africa.

Sede del nuovo museo sarà la celebre Villa Andalucia, edificio ricco di storia ed elementi architettonici ispanomoreschi. Quali sono i suoi parametri per la scelta di un ambiente espositivo?

La cosa più importante è far vedere come nascono questi progetti. Non per fare della mera didattica, ma per creare un rapporto tra la progettazione - legata essenzialmente ai primi segni impressi sulla mia percezione - l’esecuzione e la finale comprensione dell’opera stessa. Dunque, la possibilità di presentare anche il percorso ideativo dell’opera Fez in questa villa storica mi sembra un'ottima operazione culturale. Ed il compito di Paolo De Grandis sarà quello di mantenerla a questi livelli; sarà una bella avventura poterlo fare insieme.


L'interesse per l'elemento acqua nelle sue opere. Che legame c’è con Venezia?

Certo, io sono emiliano ma mi sono trasferito a Venezia da ragazzino per frequentare il Liceo Artistico e l'Accademia. Ho sempre visto Venezia come una città ‘allagata’: aspetto sempre che l'acqua si ritiri e vada via. Con il passare del tempo, la liquidità ha influito fortemente sulla mia fantasia e la mia passione, per cui anch'io sono diventato - come l'acqua - molto elastico nei pensieri. Odio tutto ciò che è squadrato, che è definito; la mia è un’immaginazione flessibile. Con Venezia, però, ho un rapporto di odio e amore. Odio profondamente il detto dei veneziani «Non sta’ a far onde», perché vogliono che tutto rimanga immutato. Io invece vorrei fare una grande onda, che porti via tutta la parte più perversa, conformista e oscurantista di questa città. Questo è il mio sogno e penso che la città ne avrebbe tutto da guadagnare.

di Carlotta Scarpa

 VENEWS

MUSICA, CINEMA, ARTE E MODA PER MALÌPARMI AL Fondaco Marcello a VENEZIA

 

Polly Paulusma, la cantautrice inglese considerata dalla critica mondiale la più interessante tra le nuove interpreti del folk/pop, sarà l’ospite straordinario di Malìparmi durante l’evento del 21 gennaio prossimo a Venezia.

Il primo lavoro discografico di Polly Paulusma, Scissors in my pocket (One Little Indian/Goodfellas) è stato acclamato dalla critica e il tour, terminato lo scorso novembre in Inghilterra, ha toccato il suo paese natale oltre che l’Italia e gli Stati Uniti dove è stata anche opening act per star del calibro di Bob Dylan e Coldplay.

 

Durante la serata, Malìparmi brand di accessori e abbigliamento donna, presenterà ad un selezionato pubblico di buyer e giornalisti la nuova collezione autunno inverno 2006/07.

 

Contestualmente alla sfilata verrà proiettato “Drop Design”, cortometraggio del regista Daniele Pignatelli, ispirato al tema della collezione “Bloom, Droog, Kitsch Design”. Il regista, che aveva già collaborato con l’azienda per l’iniziativa “Una Borsa a Regola d’Arte”, ha realizzato diversi cortometraggi presentati nei più importanti film  festival internazionali; fra questi, “Amati Matti” ha ricevuto il premio della Critica al Festival del Cinema di Venezia nel 1996 e “Terzo° e Mondo” pluripremiato, che – con i costumi di Silvia Bisconti – ha conseguito anche il Kodak European Award for New Talents al Festival di Cannes 2003. Il regista e autore di cortometraggi e teatrale, ha maturato esperienze significative collaborando con artisti del calibro di Fabrizio De Andrè e suo figlio Cristiano, Enrico Ruggeri, Litfiba e Ligabue per la realizzazione di video musicali.

 

La serata evento di Malìparmi, che culminerà con il concerto di Polly Paulusma si terrà al Fondaco Marcello, ex magazzino di sete risalente al 1600 e recentemente ristrutturato, è un esempio di architettura industriale nel cuore di Venezia, tra i palazzi storici del Canal Grande.

Il Fondaco Marcello sinora è stato sede esclusivamente di mostre d’arte contemporanea e location di allestimenti per la Biennale d‘arte veneziana ed è la sede della società Veneziana ARTE COMMUNICATIONS.

Oltre 130mila visitatori per le mostre della Biennale
Fonte: Il Gazzettino

Si sono concluse domenica le mostre veneziane della 10. Mostra Internazionale di Architettura che ha ottenuto un grande successo di pubblico: complessivamente il flusso di visite tra le sedi della Biennale a Venezia e a Palermo (aperta sino al 14 gennaio 2007) è stato di di 130.226 presenze. 127.298 i visitatori a Venezia, dal 10 settembre al 19 novembre, delle mostre internazionali del Padiglione Italia e dell'Arsenale. 2.928 persone hanno Finora visitato le quattro mostre di Città-Porto allestite in tre sedi, a Palermo e aperte sino al 14 gennaio 2007. Inoltre sono 91.000 i visitatori delle mostre dei 12 Paesi allestite nel centro storico cittadino; 104.000 le presenze degli 11 eventi collaterali.

 

«Il più che lusinghiero successo di pubblico, in particolare fra i giovani e gli studenti - ha dichiarato il Presidente Davide Croff - conferma l'attualità e l'importanza del tema, il futuro della città, scelto dalla Biennale per questa 10. Mostra. Ringrazio vivamente il direttore Richard Burdett, uno dei più autorevoli esperti di urbanistica al mondo, per aver saputo affrontare questo tema con grande rigore scientifico, valorizzando i contenuti con un percorso espositivo molto apprezzato per la chiarezza e il fascino. Ma la sfida di questa edizione, quanto mai innovativa, continua: la 10. Mostra, per la prima volta nella storia della Biennale, presenta un'offerta bipolare, e la sezione allestita contemporaneamente a Palermo, "Città-Porto", prosegue eccezionalmente la sua apertura fino al 14 gennaio 2007. Una sezione, curata da Rinio Bruttomesso, che - insieme a "Città di Pietra" curata a Venezia da Claudio D'Amato Guerrieri - costituisce il punto più alto e impegnativo di un'attenzione per il Sud d'Italia che ci ha impegnato in questi tre anni con più di 15 grandi mostre in 13 diverse città, e che rappresenta il simbolo di una nuova Biennale, che ha intensificato la sua attività a Venezia, ma che si è spinta al di fuori come non mai. Con un'altra significativa novità, abbiamo ridato alla Biennale un Padiglione Italiano - quest'anno curato da Franco Purini - esclusivamente dedicato all'architettura italiana, e dalla prossima Esposizione anche all'arte italiana. La 10. Mostra ha inoltre ampliato la rosa dei suoi premi, che sono stati consegnati per la prima volta in chiusura della manifestazione, con una serata al Teatro Malibran che ha visto la partecipazione di 500 personalità del mondo dell'architettura».

I gruppi che hanno visitato questa edizione della Biennale sono stati 1.938: 7.887 gli adulti che hanno scelto questa formula di visita e 64.649 gli studenti, cifre complessive in netto aumento rispetto a quelli del 2004 Prosegue inoltre il potenziamento dei servizi per i visitatori disabili: il Comune di Venezia ha infatti realizzato una rampa sul ponte di ferro della Tana, dietro l'Arsenale, creando un'unica isola pedonale percorribile e collegando così, per la prima volta via terra, le due sedi dell'esposizione.

La vernice della 10. Mostra, dal 6 al 9 settembre, ha accolto in quattro giorni 23.367 ospiti internazionali (addetti ai lavori, espositori, rappresentanti dei Paesi e stampa). I giornalisti accreditati sono stati 1.962 di cui 1.006 stranieri provenienti da 51 Paesi del mondo e 956 italiani.

Museo Hassan Rabat
Fonte: Il Gazzettino

Il versante tecnologico e l'altro, quello affine all'arte povera: sono le due anime artistiche di Fabrizio Plessi, due percorsi paralleli che in comune hanno il ricorso alla tecnologia. Specie nel secondo caso, la sintesi dà origine ad opere di grande impatto emotivo, come quella intitolata "Fez", l'antica capitale de l Marocco.

Qui l'artista soggiornò, anni fa, ed ebbe modo di visitare il mercato dove, in grandi pentoloni fumanti, sono immersi i panni da colorare: è una meraviglia di frenesie, vocali e pittoriche. Plessi ha saputo interpretare questo spaccato vitale de lla città di africana in modo assai efficace, progettando un'installazione dove butta matasse di lana rossa, color papavero, sul reticolato di vasche metalliche, in cui scorre l'acqua (elettronica). Un'installazione di questo genere (de l 1997), molto affine a quella de dicata alla città di Bombay, di due anni precede nte, era, forse, la più adatta ad inaugurare, lo scorso 31 maggio, il Museo di Arte Contemporanea di Rabat, la capitale marocchina.

Giustamente a proporla è stata il veneziano Paolo De Grandis , che de l nuovo museo è il direttore artistico. Lo stesso De Grandis aveva curato, nella scorsa edizione de lla Biennale, il padiglione de l Marocco, che per la prima volta partecipava alla manifestazione veneziana.

L'apertura de l museo a Rabat, in uno spazio di stile moresco, de i primi anni de l Novecento, s'inserisce all'interno di un disegno ben preciso: aprire all'arte contemporanea questo paese africano, di antiche tradizioni culturali, ma che, come tutti i paesi di religione islamica, ha rilevato, in un passato anche recente, qualche resistenza nei confronti de lle arti plastiche. La scommessa è quella di avvicinare a questo campo non solo gli adde tti ai lavori ( all'inaugurazione hanno partecipato i rappresentanti governativi al più alto livello) ma anche il pubblico più vasto.

 

 

Lidia Panzeri

 

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