PAOLO DE GRANDIS. L’ideatore dell’esposizione Open si racconta
Fonte: La Nuova

La Nuova Venezia

DOMENICA, 11 SETTEMBRE 2005

Pagina 3 - Primo Piano PAOLO DE GRANDIS.

di Simone Bianchi

 

L’ideatore dell’esposizione Open si racconta

L’uomo che porta l’arte fuori dai musei

«Opere da tutto il mondo nel verde del Lido: ho realizzato il mio sogno»

Ho preso spunto dalla Biennale che visitavo da piccolo

Ricorderò sempre quei cinque minuti con Peggy Guggenheim

 

Ha girato il mondo in lungo e in largo stringendo legami con culture lontane. Come una sorta di Marco Polo dell’arte moderna ne ha tradotto i linguaggi facendoli conoscere all’Europa attraverso il progetto Open, divenendo al tempo stesso un punto di riferimento per l’arte asiatica nel vecchio continente. Partito dal Lido in punta dei piedi, Paolo De Grandis ha saputo catalizzare su di sé gli interessi addirittura del governo cinese, che lo ha voluto di recente a Shangai.

Se la notorietà in loco gli è giunta attraverso Open, il suo lavoro è partito da lontano, nel 1984, facendosi conoscere e apprezzare all’estero. Come nasce il progetto Open? «E’ nato molti anni prima dell’esordio nel 1998. L’idea era quella di coinvolgere i governi per presentare un loro artista di punta al Lido. Un po’ prende spunto dalla Biennale che da decenni è il riferimento in questo contesto, ma volevo che nascesse qualcosa in grado di avere continuità. Non una mostra singola ma che proseguisse nel tempo».

Pensava di ottenere così tanto successo? «In parte sì, ma la mia grande fortuna è stata trovare in Pierre Restany, che ne è stato curatore e regista, un grande appoggio. L’idea era nel cassetto da tanti anni, ma alla fine è stato come girare un film con il miglior regista e i migliori attori».

Perché la scelta del Lido? «Era il luogo ideale per farlo. C’era il Festival del cinema con il seguito di media e personaggi della cultura in grado di apprezzarlo, e poi perché il Lido in quel contesto non aveva nulla. Venezia ha i suoi spazi ai Giardini, il Lido può mettere invece a disposizione l’area urbana e un ambiente ricco di verde e natura».

Malgrado il successo anche all’estero, al Lido sembra sempre che ogni edizione debba essere l’ultima. «Il problema sono infatti i costi della manifestazione. Piace a tutti ma i contributi sono minimi se non nulli. Per un privato non è facile. Non so se è per colpa del progetto o perché lo si fa al Lido. O forse perchè non porta soldi a nessuno. Del resto non busso mai direttamente alle porte della politica o dell’industria, ma qui ci sono governi che fanno la fila per venire ed essere rappresentati. Forse servirebbe un anno di stop per capire se veramente qualcuno si accorge della mancanza di Open».

Come si definirebbe? «Un libero professionista con la elle maiuscola. Uno spirito libero in tutto quello che faccio».

Ha mai avuto la sensazione di predicare nel deserto? «No. Così come non m’interessa essere un profeta in patria. Qui ci sono già molte persone che credono di esserlo ma in realtà non lo sono».

Una vena polemica? «No, è la realtà, meglio allora essere una sorta di Marco Polo del 21º secolo e andare a scoprire l’arte in Cina».

Come nasce il suo rapporto con l’Asia? «Voglia di conoscere e scoprire. Ho conosciuto persone stupende e sono riuscito a farmi apprezzare. Adesso sto portando moltissimi paesi alla Biennale di Venezia, ma prima li ho fatti esordire a Open che, in questo contesto, è stato una sorta di trampolino di lancio molto fortunato per tutti».

Lei è stato protagonista anche agli ultimi mondiali di calcio in Giappone e Corea con il Flag Art Festival nel 2002. «Sì, sono stato il commissario europeo per l’arte della Repubblica coreana su invito dello stesso governo e della Fifa. E’ stato un altro gran bel successo».

E intanto ha stretto forti legami con i paesi asiatici. «Sono grandi rapporti di fiducia reciproca. Alla Biennale ho già fatto esordire Hong Kong, Indonesia, Singapore, Taiwan e Iran tra gli altri. Sono persone speciali e la loro cultura è molto più vasta di quello che si possa immaginare. Il governo cinese mi ha contattato direttamente dopo essersi informato bene su chi ero. Volevano sapere tutto. Verranno al Lido nel 2006 con 70 artisti per un Open tutto cinese».

E il rapporto con il Marocco? «E’ nato sempre con Open. Il governo mi ha contattato e ne sono diventato una sorta di ambasciatore per l’arte europea. Il prossimo anno faremo Open anche lì portando il meglio dell’arte occidentale in un paese islamico che ho fatto esordire di recente alla Biennale assieme al Libano».

E Yoko Ono, che lei ha avuto modo di incontrare a Venezia? «Una persona meravigliosa che ha creduto nel mio progetto. Per la prima volta al mondo, due anni fa ha seguito una sua opera nell’ambito della mostra che la ospitava. E’ stato un onore, ma per parlare di lei non basterebbero mille interviste. Portarla al Lido è stata per me una vittoria».

Come ha fatto a innamorarsi dell’arte moderna? «Trovandomi per caso da piccolo a seguire la Biennale. Di lì è stato un crescendo. Ricordo che ho scritto a tutti gli artisti possibili per ricevere una loro lettera, e ora ne ho una collezione stupenda. Ma che emozione conoscere gente del calibro di Santomaso, Vedova e Guidi. Senza parlare dei cinque minuti trascorsi con Peggy Guggenheim».

Perché crede che la formula di Open possa essere vincente? «Perché l’arte vuole uscire e mettersi in mostra come accade al Lido. Vuole scappare dai luoghi chiusi e andare incontro alla gente. E’ un messaggio politico per abbattere le frontiere. Invece l’arte è ancora imprigionata, soprattutto dai costi elevatissimi per chi vuole realizzarla e soprattutto poterla esporre. L’arte è ancora rinchiusa in un mercato globalizzato. I soldi ci sono ma vengono distribuiti senza democrazia per il potere di alcune lobby».

Da qui i progetti Sezione Giovani e Venice Village che avete sviluppato con il Circolo artistico di Venezia? «Esatto. Al Palazzo delle Prigioni abbiamo tentato di dare spazio ai giovani emergenti, a chi studia e si forma a Venezia, altrimenti resta sommerso e non ha la possibilità di mostrare le proprie qualità. Di gente brava ce n’è tanta, ma magari non ha i mezzi».

Cosa la aspetta adesso? «Ho un solo obiettivo: continuare a lavorare e sognare. Open stesso è un sogno che si concretizza sempre di più, e dall’anno prossimo raddoppierà con un’edizione dedicata alla fotografia, sempre all’aperto, tra maggio e giugno. Naturalmente al Lido».

 

 

 

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