Repubblica del Gabon

Padiglione della Repubblica del Gabon alla 53. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

Owanto, Il Faro della Memoria
Go nogé mènè


Artista: Owanto
Curatore: Fernando Francés
Commissario: Desirèe Maretti
Sede: Telecom Italia Future Centre, San Marco 4826, Campo San Salvador. Vaporetto : Rialto
         7 Giugno - 22 Novembre, 10.00 – 18.00


Owanto rappresenterà il Gabon alla Biennale di Venezia

Yvette Berger, Owanto, è l’artista prescelta a rappresentare il Gabon in quella che sarà la prima parteci¬pazione di questo paese alla Biennale di Venezia. Benché Owanto (nata a Parigi nel 1953), figlia di padre francese e di madre gabonese, abbia vissuto i suoi primi anni in Gabon, in realtà ha trascorso la maggior parte della sua vita in Europa: Gran Bretagna, Francia e Spagna.
Il curatore del progetto artistico è appunto lo spagnolo Fernando Francés, direttore del CAC Malaga, Centro d’Arte Contemporanea di Malaga, che ha puntualmente rispettato il progetto generale indicato dal direttore Daniel Birnbaum, il quale ha voluto sottolineare i processi creativi. Da questo punto di vista, l’opera di Owanto utilizza elementi e paesaggi di scarto come materia prima per il disegno dell’immagine e dello sguardo. Spazi degradati, che denunciano le tracce di un’evoluzione, ma non scoprono l’identità concreta del territorio. In tal senso, la mostra presenterà una serie di fotografie di questi luoghi ines¬pressivi ma pieni di interrogativi sul destino del mondo e dell’umanità. Una strada che può condurre al caos, alla crisi e persino alla distruzione ma che, riorientata in base all’esperienza di altre culture, può evolvere verso la costruzione di un mondo più impegnato. In questo modo, penetra a fondo anche nelle idee e nei modi di vita del mondo orientale e di quello occidentale, del mondo gabonese e di quello eu¬ropeo. Se in Gabon i materiali e il paesaggio sono la natura e lo studio…nel mondo occidentale sono la tecnologia e la città. Per questo l’esposizione presenterà “La casa sull’albero”, un pezzo che ricostruisce su scala naturale quello che in Gabon all’epoca della nonna dell’artista potrebbe essere stata una casa rurale, e che in occidente, nell’ambiente quotidiano dell’artista, è una casa di giochi. In questa “Tree house” verranno proiettate delle foto con due bambine occidentali che dipingono le pareti della capanna, a loro volta trasformano questa casa di giochi in un atelier, e pertanto in un laboratorio che l’artista ha interpretato come un’installazione in cui confluiscono due mondi opposti Padiglione della Repubblica del Gabon “53. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia” e contraddittori, ma comple¬mentari. Questa capanna rappresenta lo scenario del passato africano di Owanto, ma anche il futuro di sua figlia che balla metallicamente una danza, che lungi dal chiedere la pioggia o la caccia abbondante, reclama che questo mondo in trasformazione si evolva verso la comprensione, la solidarietà e la pace. Verso la costruzione di un focolare comune in cui la famiglia sia un punto di partenza di un villaggio globale.

gabon owanto

Owanto, Il Faro della Memoria
Go nogé mènè

Gli effetti della globalizzazione mondiale, la caduta delle frontiere dell’informazione e della comunicazione, hanno dato all’arte la possibilità di recuperare molte delle sue funzioni più ancestrali, le quali, sotto il para¬metro di una semiotica manichea, permettono di riutilizzare idee e trasformarle secondo l’interesse dei tempi. La funzione terapeutica che ha a che vedere con territori magici e inesplicabili ma anche con altri assolutamente scientifici, potrebbe esserne una. E l’arte moderna ne è una buona dimostrazione, perché solo in essa si può capire l’evoluzione del pensiero e la costruzione del cambiamento. Bisognerebbe forse chiedersi se viene prima il cambiamento del mondo e dell’umanità o il cambiamento dell’arte. O forse è impos¬sibile stabilirlo, dato che uno è la conseguenza dell’altro. In ogni modo, oggi l’arte è qualcosa che sta tra il reporter avanzato e il notaio che ha scoperto i mali del mondo con un certo anticipo rispetto ad altri sguardi più filosofici o politici. In tale contesto, l’unica cosa certa è il carattere transitivo dell’arte. Bertrand Russell diceva che “Il cambiamento è scientifico, il progresso è etico.” Indubbiamente, i cambiamenti si costruiscono sulla base di processi di retroalimentazione permanente. Sono come le dighe dei castori, che vengono erette perché poi la corrente finisca per distruggerle, di modo che sulle rovine se ne possano costruire altre più resistenti. Questo principio della costruzione-distruzione si riproduce nell’evoluzione della scienza curativa e per estensione in qualsiasi altro processo creativo come quelli impliciti nell’arte.
Di conseguenza, sembra ovvio che l’arte contemporanea possegga una capacità di trasformazione e di influenza maggiore rispetto all’arte dei tempi passati, ma forse è anche meno localista e perciò analizza, riflette e segue processi comuni indipendentemente dai confini geografici, culturali e storici, dimenticando troppo spesso la ricchezza della varietà, dell’idiosincrasia di ogni gruppo, paese o regione del mondo e di ciò che esse possono apportare a un dibattito globale. Trovare un foro comune e multiculturale contribuirebbe indubbiamente a stimolare il progresso e ad arricchire i processi del pensiero e della scienza. Accettando questo fatto, il dubbio futuro non sta nelle strategie di comunicazione, e nemmeno nelle origini del problema, bensì nel trovare uno scopo comune, uno scenario di valori universali in cui tutte le idee, tutte le storie e tutte le verità possano trovare spazio. Un luogo situato tra l’utopia e la tolleranza. Dovremmo chiederci, ammesso che esistano, quali aspetti del mondo attuale possano essere validi per tutte le società, indipen¬dentemente dalla loro tradizione, dalle circostanze storiche, economiche, sociali, culturali o politiche. E porci anche la domanda se l’arte possa portare su questo dibattito una visione diversa e coerente, ma soprattutto utile. Troppo spesso, lo spettatore del mondo dell’arte sente la mancanza di una complicità, di un impegno personale dell’artista nei confronti dei problemi del mondo. Inoltre quando un artista si impegna troppo, lo si è anche potuto accusare di opportunismo. L’arte può essere ancora capace di commuovere coscienze e inquietare. È questa l’unica cosa che ancora mi commuova, l’unica che mi interessi. In qualche modo, coincide sempre con un tipo di arte riflessiva e autobiografica, che affiorando dalla memoria e dal profondo della men¬te e del cuore dell’artista, si proietta verso il mondo esterno con l’intenzione progressista, scientifica, etica e terapeutica di cambiarlo.
Curiosamente, quando penso a quali artisti coincidano con questi parametri dell’arte, mi vengono in mente solo nomi di donna, owanto in giapponese. Ana Mendieta, Frida Kahlo, Louise Bourgeois, Tracey Emin, Shirin Neshat, Marina Abramovic, Owanto… sono tutti sinonimi di coraggio e autenticità. Owanto era il nome della madre di Yvette Berger, che lo ha adottato come nome d’arte. Ma più che un meritato omaggio alla propria madre coraggio, il nome Owanto è anche un simbolo, la bandiera di chi assume una posizione impegnata da¬vanti al mondo. Di chi rivendica la fine della violenza di genere, di chi reclama un ruolo diverso per la donna, di chi esige un rispetto e un riconoscimento negato nel corso di millenni e civiltà.
L’opera di Owanto raccoglie questo spirito e la forza della donna come centro della natura e insieme, come poesia perduta, l’ingenuità e l’utopia di un sogno, perché come Luther King anche lei ha un sogno. Costruisce immagini che pongono eterni dubbi e forse per questo sembrano inutili e tipiche di una gioventù in formazi¬one. Dove andiamo? Si chiede l’artista. Forse questo pluralis maiestatis suggerisce quello spunto di buone e ingenue intenzioni, ma è evidente che Owanto mette sul tappeto risposte chiare e coraggiose di dimensione universale e allora lì si scopre il risultato di una profonda riflessione interiore, dell’evidenza di alcuni valori umani che possono essere utili per costruire un mondo più solidale e quindi un mondo migliore.
Lo sguardo che Owanto rivolge all’Africa della sua infanzia non somiglia affatto all’esperienza dello scrittore di viaggi dell’ottocento e sta certamente agli antipodi dello sguardo estetico degli architetti razionalisti o dei pittori cubisti. La sua posizione è una richiesta di attenzione al mondo da un’esperienza vitale. L’artista ci manda un messaggio ottimista, chiaro e molto utile. La verità può essere all’origine della civiltà e perciò la terra di sua madre, l’Africa, ha molto da offrire alla costruzione di un ordine mondiale. Non è un apporto scientifico, economico o tecnico, bensì etico. E sicuramente la congiunzione di queste due esigenze sarà la via del progresso. Le idee, i principi e i fondamenti su cui costruire il messaggio di Owanto sono semplici come la natura stessa. C’è un’origine animista in questa scelta che affonda le sue radici nella più profonda spiritualità degli antenati della madre gabonese. Le sue idee di cambiamento, di codificazione del mondo attuale pren¬dono come punto di partenza l’unità familiare e la forza delle relazioni familiari come il miglior laboratorio per disegnare e costruire l’amore, una materia prima vitale perché il mondo posso arrivare a capirsi. E in questo laboratorio è la madre, la donna, il simbolo di unità e di coraggio. È la metafora del potere e della forza e anche della speranza nella possibilità di un mondo migliore se ciascun individuo comincia a cambiare, ad agire sull’ambiente più prossimo, la sua famiglia, la sua tribù, la sua società. Owanto ha utilizzato trovate dell’arte pop, concettuale e minimale per elaborare simboli semplici e di lettura universale, non per scoprire, ma per ricordare allo spettatore dove possono essere le soluzioni e dove una società di scarsa forza morale possa iniziare la sua cura.
Partendo dalle sue sculture, Owanto ha realizzato delle icone molto schematizzate che presenta in formati di deciso carattere tecnico e industriale, come le light box e i segnali stradali, un espediente molto utilizzato da artisti come Maurizio Cattelan, Rogelio López Cuenca, Gabriel Acuña o Michael Pinsky.
Il discorso di Owanto si concentra quindi su alcune immagini che rappresentano il nucleo familiare (madre, padre e figlio) e su un bambino che gioca come simbolo della felicità del mondo che sta per arrivare. I segnali stradali hanno una duplice intenzione, da un lato allertare sulle chiavi e sulle soluzioni e dall’altro indicare un cambiamento di direzione nelle norme che reggono il mondo. Le light box hanno, come fossero una specie di fiaccola o di faro, la vocazione di illuminare la strada verso un futuro caratterizzato da tolleranza, solidarietà, speranza e felicità.
La sovversione intesa come libertà, uno dei simboli più rivendicati dalla contemporaneità e dall’arte, non si basa più sulla provocazione, ma come nell’opera di Owanto, sulla memoria.


Per info:
Sara Martin Blanco
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