ITALIA - STEFANO FIORESI

“Cos’è in fondo un tombino se non il legame fra il mondo di sopra e quello sotterraneo dell’archeologia? - ha affermato Stefano Bottoni, ideatore dell’International Manhole Cover Museum di Ferrara con una collezione di tombini unica al mondo - Non è forse un’opera d’arte il tombino stesso, semplice manufatto da un lato e artistico bassorilievo dall’altro?”.
Anche Stefano Fioresi ha intuito che i tombini possono diventare una inedita e singolare forma d’arte che con le loro immagini, decorazioni, sigle e simbologie raccontano una storia: quella del paese di provenienza. Sul tombino di Roma è rappresentato il fascio littorio, su quello di Danzica compaiono la corona e due croci, sul tombino di Valencia fa capolino il marchio del pipistrello di Fagundo Bacardi, come nell'omonimo rhum, in quello di Berlino sono accostati circolarmente i principali palazzi storici, dal Reichstag alla Porta di Brandeburgo, in quello di Praga uno stemma raffigura la Torre del Ponte di Mala Strana.
Fioresi, city addict dell’immaginario metropolitano, non si è accontentato di scandagliare luoghi volti e simboli del panorama urbano, e di riproporli più e più volte, secondo tagli e inquadrature differenti ma, come un moderno archeologo, ne ha analizzato i reperti più tipici della civiltà urbanizzata: i tombini. Questa volta non si tratta di tombini qualunque, bensì dei tombini fumanti della città-delirio – la Delirious New York di Rem Koolhaas –, la città postmoderna da sempre meta privilegiata delle avventure estetiche di Fioresi.
La texture del suo bassorilievo riproduce la caratteristica griglia ad aste verticali e orizzontali in rilievo, con al centro la scritta N.Y.C. SEWER. L’elemento scultoreo viene riproposto in forma seriale secondo la tipica attitudine neo-pop, creando sequenze multiple che variano per una macchia di colore primario (rosso-blu-giallo) che ne sporca una porzione della superficie. Questa tache colorata sembra provenire da una fessura o da una crepa del supporto in ghisa, che ne fa fuoriuscire il colore in luogo del tipico fumo newyorkese.
Ancora una volta un’occasione per l’artista per ribadire la necessità di giocare non solo con le immagini ma anche con gli oggetti d’arredo del tessuto urbano, di personalizzare e abbellire il paesaggio esterno con la formula della cosiddetta Tombini Art che ha molte affinità con le modalità di intervento della Street Art sullo streetscape cittadino.

 

 Testo a cura di Chiara Canali

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