ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI BOLOGNA – LUCA FRESCHI

Luca Freschi è un costruttore di bambole, di simulacri femminili a cui manca la parola magica, infilata tra i denti, come nella tradizione ebraica, per potersi muovere ed essere comandate, oppure nel caso di Olimpia, la figlia-automa del professor Spallanzani, nel racconto di Hoffmann, per far innamorare col solo battere delle ciglia e l'espressione imperturbabile, sfoggiata a ogni discorso. Si potrebbe pensare alla magnifica e conturbante ricostruzione in stoffa di Alma Mahler, commissionata da Kokoschka, a una artigiana di giocattoli dopo il tradimento e l'abbandono da parte di lei, ma in realtà le bambole di Luca hanno la modestia e la castità propria dei manichini metafisici, o delle marionette di legno, con le loro cuffie pudiche e vagamente nordiche che coprono i capelli e la rigidità delle membra, nelle articolazioni da burattini.
I suoi calchi in terracotta colorata sono cocci di corpi ricomposti con la pazienza affettuosa delle porcellane spaccate, involucri di donne a grandezza naturale ma senza il calore e la morbidezza della pelle, che conservano la posa e il volume di persone amate, di amici e parenti che si sono lasciati fasciare e bloccare nel gesso, come fossili di una memoria personale. A volte queste pupe giganti, come le madonne e le sante degli altari antichi, hanno un corredo privato, cucito a mano con la cura di una sposa, oppure nel loro busto nudo e intonacato di bianco come le case mediterranee ospitano i disegni aerei e festanti dei bambini, segni che a loro volta riproducono nella grammatica fantastica degli esordi, l'immagine di una persona, la visione giocosa, e insieme fondante, dell'altro da sé. 

Testo a cura di Sabrina Foschini

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