ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI BOLOGNA – MATTEO LUCCA

Se si potessero vedere concretamente, toccare con mano tutte le polluzioni che il nostro cervello fa fiorire, vedremmo uno spettacolo diverso. Non avremmo gli inquinamenti più tradizionali del corpo, quelli atti prevalentemente a spurgare, disintossicare, lubrificare e che di norma non godono di bell'aspetto. Sono scarti, necessari ma scarti.
Andiamo anche noi per il mondo a disperdere nell'ambiente sostanze vittime di un processo chimico e di una trasformazione. La nobile centrale del pensiero, della ragione, del dolore e della gioia: la nostra testa, non può che rilasciare ogni istante centinaia di migliaia di inquinamenti gentili. E noi non li vediamo.
Nell'opera di Matteo Lucca, è stato possibile cristallizzare un frame di questa alchimia, dove il pensiero nobile esce di scena in un continuo riciclo con forme eleganti. Ma di un'eleganza convulsa, oramai pasticciata e chiassosa: stoffe.
Stoffe colorate e bellissime, arabeschi e decori luccicanti che come un neonato all'improvviso si trovano private del loro habitat. Sfrattate in malo modo dalla loro placenta possono vivere solo pochi secondi e dunque si aggrovigliano, cercano appigli impazzite. Paiono enfiarsi come bolle per dover poi deflagrare, salvo poi, giunte al parossismo, sciogliersi rassegnate in un patetico e dignitosissimo abbraccio di morte.
E la testa di tutto questo processo, ne sa qualcosa? Proprio no, lei è lì, impegnata a macinare e distruggere ed espellere nuovi pensieri-stoffe senza soluzione di continuità. Con tutta la pesantezza, melanconia e malattia del piombo. Il piombo non sa mai niente. Eppure tutto si alza, fino al soffitto come un totem dai sapori esotici, come un idolo di terre lontane che declina la morte nel modo più composto, salvo poi vivificarsi. Altrove.
 

Testo a cura di Jacopo Flamigni

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