BIENNALE Adesso Storr vuota il sacco

 

Venezia. Robert Storr, come direttore della Biennale di Venezia nel 2007, era considerato una scelta prestigiosa. Ha realizzato, come ci si aspettava, una mostra che comprendeva artisti affermati con i quali aveva collaborato durante la sua lunga carriera di curatore del Dipartimento di Disegno e di Scultura al Museum of Modern Art di New York. In più, ha compiuto un grande sforzo per esporre un buon numero di opere da regioni normalmente in secondo piano rispetto ai centri più noti della produzione artistica. Tuttavia Storr con la sua Biennale ha sollevato negli ambienti artistici e nella stampa italiani un’ondata di critiche inaspettatamente accanita. In questa intervista in esclusiva, replica ai suoi detrattori e argomenta nello specifico questioni che hanno suscitato particolare scalpore.
Robert Storr, se guarda indietro alla sua esperienza di commissario della Biennale di Venezia lo fa con orgoglio, piacere, disappunto, frustrazione o rabbia?
Orgoglio e piacere, ma anche molta frustrazione. Alla fine abbiamo fatto una bella mostra: una mostra complessa, coerente e seria, così come veramente internazionale, multi generazionale, comprensiva di tutte le tecniche e di molte tendenze artistiche. Inoltre era accessibile al pubblico non specialistico senza cedere alla tentazione del populismo, dello spettacolo o dell’euforia di mercato. Penso anche che abbiamo stabilito alcuni utili precedenti istituzionali, innanzi tutto i padiglioni dell’Africa e della Turchia, che per la prima volta erano collocati in una delle aree principali della Biennale e non come in precedenza in spazi periferici in affitto. Sulla base di questi risultati mi auguro che questo si ripeterà di nuovo la prossima volta e che l’India si unirà loro al centro della Biennale, come abbiamo cercato di fare questa volta. Un altro risultato positivo è stato il simposio sulle biennali che abbiamo organizzato. Gli atti sono appena stati pubblicati e prevedo che saranno utili a chi vorrà riflettere sulle questioni sollevate da questo modello di mostra e dalla sua storia, non ultimi a coloro che hanno correttamente avvertito il bisogno urgente di ridefinire la formula di Venezia. A proposito, noto che le autorità regionali e il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, che ho invitato al nostro simposio nel 2005, hanno appena organizzato un altro incontro sul futuro della Biennale, e presumo che la loro discussione fosse per certi aspetti una continuazione di quelle incominciate da noi.
Quando dico «noi» intendo la mia fantastica specialista veneziana, la dr.ssa Francesca Pietropaolo, laureata alla New York University, che ha collaborato al simposio e al catalogo della mostra, lo staff della Biennale, spesso oberato di lavoro e poco apprezzato ma che, secondo la mia esperienza, ha lavorato in modo eccezionale e sotto una eccezionale pressione. E naturalmente ci sono gli artisti che hanno fatto un tale sforzo in questa occasione nonostante lo scetticismo dovuto alla reputazione della Biennale di prendere gli artisti per scontati.
La mia frustrazione deriva dal fatto che la reputazione ha reso un cattivo servizio ed è stata innescata dall’ex direttore generale Renato Quaglia e dall’ex presidente Davide Croff che, nonostante qualche buona parola in pubblico, sono stati spesso indifferenti o sprezzanti nei confronti degli standard professionali curatoriali.
Ad esempio, al simposio del 2005, nonostante i miei avvertimenti, Croff annunciò che da quel momento la Fondazione per la Biennale avrebbe scelto i temi delle Biennali, cosa che scatenò un’ondata di proteste da parte di cinque precedenti direttori, di fronte ai quali l’annuncio era stato fatto, e da parte di molti artisti nel pubblico. Quindi di colpo tagliò il dibattito. Questa cosa fece arrabbiare a tal punto un artista da suggerirgli un boicottaggio della mostra da parte degli artisti, in considerazione di ciò che sembrava un golpe nella Biennale. Cercai di dissuaderlo ma spesso, durante i tre anni successivi mi sono chiesto se un boicottaggio non sarebbe stato davvero quel che ci voleva per ricordare all’amministrazione che artisti e curatori non possono essere trattati con un simile disprezzo.
Non ci sono parole per descrivere il disprezzo che Renato Quaglia ha dimostrato nei confronti di tutti i direttori recenti, degli artisti e dei mecenati che erano essenziali per il progetto. Ma questo è in parte perché, mentre era ancora un dipendente della Biennale (dopo aver lasciato però il suo incarico alle arti visive) ha pubblicato ingiuriosi attacchi contro di me sul Giornale dell’Arte e quindi, in un tentativo di vanificare ogni reazione, minacciò un’azione legale quando parlai apertamente della sua interferenza oltraggiosa e del suo ostruzionismo. Il fatto che Croff non abbia mai completamente smentito le false accuse di Quaglia secondo cui avrei sforato il budget (tutte le mie spese erano state approvate da Quaglia e Croff) e che non abbia rispettato i tempi di realizzazione (i ritardi furono in gran parte causati dalle ingerenze e dall’inefficienza di Quaglia), che Croff non mi abbia mai permesso di parlare apertamente col Consiglio in merito a queste false accuse come avevo ripetutamente richiesto e che, in qualità di presidente, Croff non abbia mai risposto alle mie e-mail direttive dal marzo 2007, vi dà un’idea dell’atmosfera ostile e disfunzionale al vertice. Sono sicuro che con il suo ritorno il presidente Baratta, che ha più esperienza ed è più serio su queste materie, lavorerà velocemente per migliorare la situazione e renderla propizia agli sforzi artistici sinceri.