leon ferrari
 
 
ARGENTINA - LEÓN FERRARI

L’ultimo sciamano dell’Arte

Fin dall’antichità il segno è stato ancor prima della parola un mezzo, il mezzo per interloquire con il divino, per raffrontarsi tra gli uomini e per trasmettere e tramandare ai posteri il proprio credo, il vissuto o le proprie speranze future. Per millenni è stata un’indagine conscia o inconscia che ci ha lasciato immagini stupefacenti, nei secoli e per i secoli futuri.Molti artisti hanno usato il segno per esprimere le loro emozioni, le proprie certezze, le gioie o i drammi da mostrare al mondo. Nell’arte moderna molti hanno indagato attraverso un’analisi autoinconscia la strada del segno, ci basti ricordare Jackson Pollock o Mark Tobey, giganti del segno novecentesco, o le Parole in Libertà dei Futuristi (Balla, Carrà, Cangiullo, Boccioni, Marinetti), segni a noi più vicini, per poi giungere a Tancredi o a Capogrossi, fino alla Poesia Visiva (Pignotti, Sarenco, Miccini) o ai Fluxus (Yoko Ono, Beuys, Ben Vautier, Spoerri, Maciunas). Un outsider, un grande fuori dalle righe, che sa usare il segno da anni con un atteggiamento profondamente e costruttivamente provocatorio è l’argentino León Ferrari. Da sempre, fin dalle sue prime opere, quando cominciò con la creazione in ceramica di forme al di fuori dell’usuale, sparpagliando le consuetudini attraverso linee inusuali, dichiarando così quale sarebbe stata la sua arte: ha osato. Nel 1964 iniziava un’indagine che sfocia in un lavoro dal titolo Quadro escrito, opera considerata internazionalmente una delle prime pietre su cui nasce la casa dell’Arte Concettuale. Paga di persona e pesantemente le atrocità della dittatura militare argentina, esperienza che segna tutto il suo lavoro futuro. Altra pietra miliare è una sua opera del 1976, Nosotros no sabiamos, frase che è intrisa profondamente di tutta la tragedia di una dittatura scellerata. Il suo segno, la sua mano, la sua intelligenza e la sua arte contestano ogni forma di potere e di sopraffazione sull’uomo inteso come individuo con i propri diritti e la propria cultura. Non è il suo un lavoro, una ricerca ideologizzata ma un inno alla libertà: regina su tutti e sul tutto. Indubbiamente è uno dei grandi surrealisti viventi (non dimentichiamo che il maggiore critico di questa corrente Arturo Schwarz lo volle, in tempi non sospetti, ad esporre a Milano), ha dialogato, contesta e discute costantemente ancora oggi con il potere costituito. Chi non ricorda lo scandalo di quella sua opera che già nel lontano 1965 presentava un Gesù crocifisso su di un bombardiere nordamericano? L’immagine fece il giro del mondo più volte.Da tempo ha affiancato alla sua ricerca attraverso il segno un altro mezzo primario per dialogare: la musica. Crea grandi gabbie entro le quali donne nude con i corpi coperti di scritte interloquiscono con lo spettatore attraverso la musica, che si crea colpendo le canne delle sculture di León con la loro pelle coperta di segni. Un lavoro iniziatico. Indubbiamente nel lavoro di uno sciamano vi è più surrealismo che in... tanta altra arte. León è uno dei pochi sciamani dell’arte rimasti. Beuys, altro grande sciamano, nel famoso lavoro con il Lupo, performance eseguita al Guggenheim Museum affermò pure lui in quell’occasione l’importanza dei simboli nel mondo dell’arte contemporanea. Per l’artista i simboli sui quali il suo nuovo lavoro è imperniato sono in quella che è la ultima sua indagine: le gabbie ed i musici. Musici, personaggi impertinenti ed irriverenti che popolano il suo studio di Buenos Aires ed ora il mondo e che stanno ad affermare con la loro immagine quanto importante sia il messaggio che può raggiungere i cuori attraverso la musica. Musica che da sempre ha trasmesso simboli, messaggi, credo e speranze in un mondo migliore. Speranze che il cuore giovane di un grande vecchio, di un grande artista quale è León Ferrari sa trasmettere al mondo.
Grazie León.

Testo a cura di Daniele Crippa