ercole pignatelli
 
ITALIA - ERCOLE PIGNATELLI

 

Quando aveva diciannove anni e Raffaele Carrieri lo aveva soprannominato ragazzo-rondine, dipingeva grandi tazze, lampade, bucrani, tovaglie caravaggesche, sedie, cardi spinosi, frutti profumati del sud. I maestri erano Guttuso, Pignon e Fourgeron. Più in là avrebbe recuperato la costruzione spaziale del cubismo e ne sarebbero venute Nature morte dall'impaginazione sicura e graffiata a carbone. Negli anni Cinquanta arrivano nella sua pittura donne carnose dalla sensualità segreta. La composizione diventa plastica, giocando alla ricerca di una tridimensionalità quasi scultorea. Nei lavori di questo periodo entra qualcosa di barocco e mielato, l'odore di una terra affacciata sullo Ionio. La natura è prepotente, protagonista assoluta. Le luci, i colori, persino l'odore dei dipinti di Pignatelli raccontano di mare, sale, tavole imbandite, amori dissipati, notti stellate. Negli anni Settanta cominciano i paesaggi-presepe, la Puglia respira nelle notti estive dopo la calura avvampante del giorno. Talvolta le sue costruzioni tra l'onirico e il fiabesco ricordano qualcosa di De Chirico, ma mantengono l'impostazione rigorosa picassiana degli esordi. Alla fine di questo decennio rigoglioso spuntano ogni tanto degli animali, perlopiú nelle Siccità trapassate da serpenti che resteranno per sempre nella simbologia dell'artista di Lecce, sia nella pittura che nelle rare sculture. E proprio una scultura arriva a OPEN 12. Una delle sue bestie fabbricate con materiali di riciclo, presenza fuori dall'ordinario che riassume il senso dell'abitare la terra. Queste meraviglie d'intelligenza nascono per gioco. Pignatelli pensa sempre al suo lavoro, mentre mangia, mentre parla, mentre guarda un paesaggio, mentre fotografa; quando si arrabbia, quando risponde spazientito al telefono, quando impaziente cerca qualcuno per telefono. Con l'energia e l'arroganza di un ragazzo, con lo stupore e la vigliacca libertà di un ragazzo. Così, mentre il giardiniere della casa al mare ammonticchiava fronde morte di palma che il troppo sole dell'estate aveva disseccato, lui dice, "non buttarle via. Possono servire". Sono servite a dare vita a questo animale primitivo che grufola accanto a una colonna-albero sulla cui sommità un rapace da cartone animato ha fatto il nido. Il volatile è un po' confuso perché la paglia con cui ha costruito la propria casa è vecchio filo di ferro avvoltolato, a mettere insieme una parrucca incredibile tra il metalmeccanico e l'arte povera che richiama il periodo dei Basamenti-Oasi. La fantasia di Pignatelli è inesauribile e alla sua macchina che contiene la scrittura del genoma universale ha aggiunto persiane dismesse prese chissà dove. Inglobate nel resto della costruzione si sono trasformate in una impalcatura rigida con fessure aperte sull'interno. Se si spia dentro l'opera si vedrà che il ferro del nido è sceso fin lì. Nel ventre della scultura si attorciglia il futuro della terra. Arca. 

Testo a cura di Anna Caterina Bellati